La finzione e la realtà

Una decina di giorni fa sono stato a Savoca, un paesino sperduto tra i monti nella provincia di Messina. Un paesino molto carino, che si sviluppa sulla cresta di un monte e guarda il mare. Savoca ha una particolarità: è Corleone! Cioè: è il paese in cui Francis Ford Coppola girò alcune scene della saga de “Il Padrino” simulando Corleone. I luoghi del film sono rimasti pressocché intatti: il bar, la chiesa, la piazza…

L’ulteriore particolarità è che Savoca dista circa 240 km dalla vera Corleone, quella dove ogni anno frotte di turisti cercano di ritrovare i luoghi del film ma, soprattutto, le atmosfere (coppola, lupara, fichi d’india, ecc.).

Durante la settimana appena trascorsa ho avuto modo di verificare quanto peso abbia, oggi, la finzione nella costruzione della realtà e come non si debba sottovalutare il potenziale insito nella comunicazione via tv.

Durante quest’ultima settimana ho avuto, infatti, l’opportunità di accompagnare il mio primo “gruppo scuola”: una classe di un istituto professionale di Torino in viaggio di istruzione responsabile. “Ragazzetti” di 16-17 anni, una generazione apparentemente smaliziata e, al contempo, carica di giudizi preconfezionati, di certezze che si sciolgono rapidamente come neve al sole.

La loro prima domanda, non appena arrivati a Palermo, è stata per l’appunto: “andiamo a Corleone?” e il loro rimando non era neanche alla saga de “Il Padrino” (che personalmente reputo un gran capolavoro dell’arte cinematografica) ma al più recente, e becero, “Capo dei Capi”. Qual era la ragione per andare a Corleone? Evidentemente nessuna, se non la fascinazione generica di stare in un luogo diventato finzione, una Corleone catodica in un mondo catodico.

Raccontata così, sembra la solita storia di questa generazione “X” di cui tanto si parla persa tra youtube e videofonini ma in realtà il passare dei giorni mi ha raccontato un’altra storia, una storia che – per l’appunto – dimostra quanto siano deboli i pre-giudizi di questi adolescenti e di come, in realtà, la loro demotivazione etica e conoscitiva sia frutto della pessima qualità degli stimoli che li circondano.

Tanto svagati nell’osservare i meravigliosi mosaici di Monreale, quanto rapiti nell’ascoltare il racconto di Felicia Impastato (cognata di Peppino) che ricostruiva la vita di Cinisi, di Peppino e di un’epoca. E ancor più rapiti dalla esuberanza di Pino Maniaci, a Partinico, a poco più di 24h dal duplice omicidio dei fratelli Riina. Ecco, quello è stato il momento in cui i pre-giudizi si sono sgretolati e quei ragazzi si sono ritrovati catapultati nella più reale delle catodicità: il telegiornale, i morti ammazzati, Partinico, ecc..

I benpensanti sicuramente denuncerebbero il rischio di un turbamento traumatico di questi adolescenti e invece loro erano là, interessati e curiosi, a domandare, ad ascoltare ed anche – perché no?- ad impaurirsi perché quella non era fiction, era la loro vita vera…

Finzione e Realtà, dunque: osservazione senza il filtro del monitor, impossibilità di costruire eroici altari anche per i mostri o idealizzare i luoghi astraendoli dalla loro reale connotazione drammatica.

Ecco cosa serve per ripensare questo paese: raccontarne i contrasti, le brutture e le bellezze, senza mediazioni di sorta, senza assumersi l’onere di dovere selezionare a priori le fonti allo scopo di preservare l’altrui tranquillità.

Dario

Annunci

Quannu i paroli non figghianu paroli…

Ignazio Buttitta 

Nel nostro viaggio in Sicilia ho scoperto, anche grazie alla passione di Francesco (eco-guida benemerita del club milzaefegato), le poesie di Buttitta, poeta che non conoscevo.
Sentite quanto è bella questa (segue una mia libera traduzione).

Gianfranco

   

LINGUA E DIALETTU
Ignazio Buttitta (1970)

Un populu
mittitulu a catina
spugghiatulu
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavola unni mancia
u lettu unni dormi
è ancora riccu.

Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciunu tra d’iddi.

Minn’addugnu ora,
mentri accordu a chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

Mentri arripezzu
a tila camulata
chi tesseru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani
e sugnu poviru
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri
,

LINGUA E DIALETTO 

Un popolo
Mettetelo in catene
Spogliatelo
Tappateci la bocca
È ancora libero

Toglieteci il lavoro
Il passaporto
La tavola dove mangia
Il letto dove dorme
È ancora ricco

Un popolo,
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ereditata dai padri:
è perso per sempre.

Diventa povero e servo
Quando le parole non figliano parole
E si mangiano tra di loro.

Me ne accorgo ora,
mentre accordo la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno.

Mentre rattoppo
La tela tarlata
Che tesserono i nostri avi
Con lana di pecore siciliane
E sono povero
Ho i denari
E non li posso spendere.

http://www.fondazionebuttitta.it
http://www.csssstrinakria.org/buttitta.htm
http://www.irsap-agrigentum.it/ignazio_buttitta.htm
http://www.irsap-agrigentum.it/lingua_e_dialettu.htm